Dalle anticipazioni sui dati pressoché definitivi degli studenti iscritti alle prime classi della scuola secondaria superiore per l’anno scolastico 2008/’09, comunicate dal ministero della Pubblica istruzione, parrebbe che l’emorragia di iscritti dall’istruzione tecnica verso i licei si sia arrestata. Secondo il ministro Fioroni «per la prima volta negli ultimi dieci anni s’inverte un trend negativo» che, a seguito di un continuo processo di licealizzazione, aveva ridotto l’istruzione tecnica prossima al 33 per cento. Per il prossimo anno scolastico gli studenti (licenziati della scuola media e ripetenti) che hanno scelto gli istituti tecnici rappresentano il 34,2% delle iscrizioni alla prima classe della secondaria superiore. Gli istituti professionali registrano invece il 22,5% delle iscrizioni, i licei scientifici il 22%, i classici il 9,9%, quelli socio-psico-pedagogici il 7,8%, gli artistici e gli istituti d’arte il 3,6 per cento.
Per la prima volta, dal 1992, il calo delle iscrizioni interessa l’area liceale e, in particolare, il liceo scientifico dove, per il prossimo anno scolastico 2008/’09, si prevede lo 0,9% di iscrizioni in meno. Nel contempo assistiamo a un incremento delle iscrizioni negli istituti tecnici e professionali dello 0,7 e 0,4 per cento, rispettivamente. È ancora presto per poter affermare con sicurezza che siamo in presenza di una inversione di tendenza, anche perché andrebbero meglio analizzati i flussi di iscrizioni rispetto ad almeno due fattori, entrambi prevalenti negli istituti tecnici e professionali: l’alto numero di ripetenze, peraltro in consistente aumento negli ultimi anni, e l’aumento degli alunni extracomunitari che in grandissima parte scelgono proprio l’istruzione professionale e tecnica. La cautela è, quindi, d’obbligo. E ciò anche in considerazione che, nonostante il forte impegno del ministro Fioroni, teso a rilanciare il ruolo dell’istruzione tecnica, non si intravedono ancora soluzioni innovative che fanno emergere quel cambiamento necessario che potrebbe aver indotto le famiglie a scegliere diversamente.
Gli stessi documenti sull’istruzione tecnica e professionale, presentati lo scorso 3 marzo, sono stati diffusi oltre un mese dopo le scelte di iscrizione operate dalle famiglie e, peraltro, non sono ancora patrimonio condiviso di discussione tra gli operatori della scuola né, tanto meno, conosciuti dalle famiglie. È evidente che la prospettiva del rilancio dell’istruzione tecnica e professionale trova il suo fondamento nello sviluppo di filiere formative che si colleghino al sistema produttivo e alle realtà locali. Una direzione auspicata dal vice-ministro Mariangela Bastico che ha sostenuto la necessità di «un’ulteriore scelta qualificante per il rafforzamento dei percorsi tecnici e professionali: la costruzione di un percorso di istruzione post diploma, anche alternativo all’università, di durata almeno biennale, che rilascia diplomi superiori di alta specializzazione». Ciò nondimeno si tratta di una prospettiva che dovrà misurarsi con il processo di concertazione istituzionale per l’attuazione del Titolo V che in questi anni è apparso poco sviluppato.
Tuttavia, va sottolineato che la crisi dell’istruzione tecnica è frutto di un problema culturale che ha origini negli anni Settanta e Ottanta e si è consolidato nei primi anni Novanta. In quegli anni si è avviato quel lungo processo di licealizzazione dell’istruzione e del depotenziamento degli studi tecnici, in particolare. Nel decennio 1998-2007 l’area liceale è cresciuta del 6,9% contro una riduzione del 5,6% dell’istruzione tecnica. E nel quinquennio precedente, dal 1993 al 1998, l’istruzione tecnica aveva subìto una perdita secca di iscritti del 21% in termini relativi, passando da oltre il 44% al 39% dell’offerta complessiva. Una situazione di emergenza che, per la verità, fino all’approvazione della legge Moratti e all’apertura del contenzioso istituzionale determinato dal nuovo Titolo V, non si era manifestata nella sua drammaticità.
Le contraddizioni della riforma Moratti, con la previsione dei licei tecnologico ed economico, nascevano proprio dalla necessità di riuscire a mantenere nell’ambito delle competenze statali i percorsi dell’istruzione tecnica. Contraddizioni che il ministro Fioroni ha inteso risolvere con il ripristino del nome di istituti tecnici, lasciando la competenza statale; quest’ultima estesa anche agli istituti professionali. Le decisioni dell’attuale Governo, come quelle del precedente, non appaiono aver influito sulle scelte delle famiglie. Scelte che, come accennato, hanno origini più lontane e riflettono un clima generale che si è sviluppato nel nostro Paese e che ha inteso i percorsi dell’istruzione tecnica e professionale come percorsi di serie B.
Il nodo da sciogliere sembra essere quello che ha visto svilupparsi una concezione elitaria dell’istruzione che nega, in senso lato, valore alla formazione tecnica e professionale come strumento di formazione. D’altro canto le sperimentazioni degli anni Novanta, che hanno interessato sia l’area liceale che l’istruzione tecnica, hanno favorito una continua de professionalizzazione dei diplomi tecnici a favore di un sapere “disinteressato”. Una spinta continua a procrastinare le scelte di inserimento alla “vita attiva” e al prolungamento degli studi generalisti con l’abbandono delle specializzazioni intermedie. Processo che ha creato un vuoto proprio nei diplomi intermedi con il paradosso che, mentre siamo il Paese che ha meno laureati, facciamo registrare il più alto numero di lauree “lunghe”. Fenomeno che nella fascia di età inferiore ai diciotto anni porta all’altro paradosso: a fronte di un forte aumento della scolarizzazione secondaria, siamo tra i Paesi che hanno il più alto tasso di giovani che non posseggono un titolo di studio successivo alla scuola media.
E questo avviene in una scuola secondaria che, per l’assenza di una riforma organica, ha raggiunto la parossistica cifra di oltre 900 indirizzi. Gamma che appare molto differenziata e che, tuttavia, non riesce a mettere a fuoco quali sono le fondamenta di un’offerta pubblica di istruzione capace di sostenere la crescita di un Paese industrializzato.
l.f,13/05/2008